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Tra una cosa e l’altra, apro l’armadio e tiro fuori anche il libro con gli itinerari, le strade, le indicazioni che abbiamo usato nel corso del nostro cammino di Santiago in bicicletta.
Lo apro e il profumo della secca estate spagnola mi riempie le narici…non so quanto sia reale o quanto tutto sia un frutto della mia mente, ma in un attimo, mentre gli occhi ripercorrono quei tracciati che ci studiavamo quotidianamente, mi ritrovo sulla sella, a pedalare sulle mesete, oltre Burgos.
Poi saliamo sulle montagne e guardiamo la Luna da dietro l’altissima Cruz de Hier, stanchi ma felici ed ancora con tante pedalate davanti a noi.
Melide, con il suo fantastico Pulpo Gallego.
I pellegrini, sotto il Sole e sotto il freddo del mattino, chi si sveglia in un letto e chi si sveglia in mezzo ad un prato, girandosi una sigaretta con l’aria di chi è appena venuto al mondo ed un ghigno mezzo addormentato stampigliato sulla faccia.
Ogni fontana che sembrava un miraggio quando l’acqua scarseggiava nelle borracce.
Le difficoltà nell’andare, magari anche un po’ più preoccupanti che “solo” per un cambio che si attorciglia attorno al mozzo di una ruota, e che qualche volta mi hanno fatto dubitare di giungere a Santiago.
La bicicletta, così piena di roba che la ruota anteriore s’impennava con facilità impressionante.
Le frecce gialle per strada che indicavano la via e ti rassicuravano, esclamando “questa è la strada giusta!”, o le conchiglie di ferro per le strade a Leon, ti facevano sentire a casa ovunque fossi.
Le nuvole, fatte con gli acquerelli, e la macchina fotografica sempre appesa al collo in attesa di un nuovo scatto, silenziosa testimone del lungo viaggio.
Chiudo il libro, sbuffi di quella strana atmosfera escono dalle pagine e si mescolano nell’aria e mi rimane una sensazione…l’opposto di quando, al ritorno, mi sono immerso nuovamente nella routine quotidiana.
Una sensazione….di libertà.













